Pensione a 70 anni in Italia: cosa cambia dal 2027

 

La pensione a 70 anni in Italia non è più una previsione lontana, ma una direzione concreta tracciata da regole già esistenti. L’OCSE lo ribadisce nel suo ultimo rapporto: senza un cambio radicale in natalità, salari e flussi migratori, l’innalzamento dell’età pensionabile sarà inevitabile. Il sistema italiano, modellato dalla riforma Fornero, segue meccanismi automatici legati all’aspettativa di vita e non dipende da scelte politiche momentanee.

L’INPS ha già fissato un primo scatto: dal 1° gennaio 2027 l’età per il pensionamento aumenterà di un mese, poi altri due mesi nel 2028. Un trend che porterà progressivamente verso i 70 anni, soprattutto per le nuove generazioni. Dietro i numeri, però, ci sono lavoratori reali che rischiano di dover rimanere in servizio più a lungo per ottenere un assegno dignitoso. Il vero problema non è solo quando si andrà in pensione, ma quale pensione si riceverà. Il passaggio dal metodo retributivo al contributivo penalizza chi ha avuto carriere discontinue o redditi bassi.

Ogni periodo non lavorato, ogni salario ridotto, incide sull’assegno finale. I coefficienti di trasformazione applicati sul montante contributivo determinano importi inferiori rispetto al passato. Secondo l’OCSE, questo scenario si aggrava in un Paese dove il sistema a ripartizione è sotto pressione a causa del calo demografico. I contributi versati oggi faticano a coprire le pensioni attuali. Il futuro previdenziale si allontana per molti. Anche il concetto di vecchiaia serena rischia di diventare un miraggio. Lavorare fino a 70 anni potrebbe diventare una necessità, più che una scelta. Tuttavia, le condizioni occupazionali in Italia non garantiscono percorsi lineari e stabili. Molti rischiano di rimanere esclusi da una previdenza adeguata. La pensione a 70 anni in Italia, quindi, non è solo una questione tecnica, ma anche sociale. Resta aperta una domanda fondamentale: quanti potranno realmente resistere nel mondo del lavoro fino a quell’età?